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I CARE E HANDICAP. FRA LE BARRIERE PSICOLOGICHE DELL’INTEGRAZIONE

Submitted by on 18 giugno 2008 – %H:%MNo Comment

G.C. Molte sono le barriere psicologiche e della comunicazione che la persona disabile incontra ogni giorno. Anche a scuola. Nei confronti delle disabilità nascono dei pregiudizi di natura psicologica che scaturiscono dal contesto storico culturale. Essi rappresentano delle barriere, degli ostacoli che si frappongono tra il soggetto e il mondo.
Il termine pregiudizio indica giudicare qualcosa o qualcuno prima del tempo, prima di conoscere bene la cosa o la persona. Si tratta di un processo tanto psicologico quanto sociale. Per Allport la paura e l’ignoranza hanno un ruolo determinante nella costruzione mentale del pregiudizio e a scatenarlo sarebbe ciò che appare diverso, nuovo, ciò che non si conosce. Edgar Morin, nell’introduzione a ”Il Pensiero complesso”, ritiene indispensabile la presa di coscienza dell’uomo di fronte al fatto che la causa profonda è nel modo in cui il nostro sapere è organizzato in un sistema di idee dominanti (teorie ideologie); esiste una nuova ignoranza legata allo sviluppo dell’epistemologia stessa; esiste una nuova cecità legata all’uso degradato della ragione.
I pregiudizi e gli stereotipi, rinforzano così la mentalità dell’assistenzialismo, della compassione e della dipendenza a discapito di una cultura dell’integrazione che sia reale e non soltanto a parole. Essi generano atteggiamenti di distanza, emarginazione e stigmatizzazione.
I pregiudizi e gli stereotipi nascondono la ricchezza del diverso perché questo incute paura, intacca i nostri schemi mentali in quanto rappresenta l’estraneo. Occorre, per una nuova cultura dell’integrazione, “recuperare la vista”, andare oltre il pregiudizio dell’handicap, scoprire e accettare la differenza come originalità, risorsa che ci completa e arricchisce. La struttura antropologica dell’uomo è di essere ontologicamente aperto alla differenza e alla trascendenza e per questo motivo può incontrare la ricchezza del diverso solo chi è assetato di ulteriorità.
L’alterità di cui parla Levinas non può essere ridotta ad una totalità del mio io ma designa una relazione con una realtà infinitamente distante dalla mia senza che questa distanza distrugga la relazione. L’altro apre alla trascendenza, la relazione dell’altro supera quella che è la visione della logica in cui l’altro è visto come opposto a me, ma anche quella della dialettica hegeliana in cui il medesimo partecipa dialetticamente all’altro e si concilia con esso nell’unità del sistema. L’altro può essere incontrato solo in un atteggiamento disinteressato e autentico. La diversità non è vista come alienazione, ma come originalità di ciascun soggetto che non è irrelato e chiuso in se stesso, ma che si fa carico dell’altro e degli altri. “Siamo tutti diversi” vuol dire che siamo tutti unici e ‘originali’. E non si tratta dell’astratta ricchezza della diversità ma della ricchezza del diverso, nel suo concreto esserci.
Per superare le barriere psicologiche occorre promuovere quindi una cultura aperta alla differenza, che vada oltre il processo di normalizzazione, omologazione e neutralizzazione. Alcuni pregiudizi e paure del passato sono stati in parte superati in questi anni ed è maturato un atteggiamento più favorevole nei confronti della diversità. Questa oggi non è solo vista come inferiorità, ma sempre più può essere compresa come risorsa e potenzialità. La sfida diventa, allora, quella di coniugare uguaglianza e diversità, di ricomporre le differenze come riconoscimento e valorizzazione di ogni specificità.

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